Pubblico un post diverso: questo è un testo scritto per un compito in classe, un testo comico. Voto? Otto e mezzo, ma valutate voi xDEra la dodicesima volta che mia sorella non superava l’esame di guida per avere la patente. Lei si difendeva dicendo che andava in crisi vedendo la sua istruttrice con lei in macchina, che mentre parlava la sputacchiava tutta, distraendola. Ad ogni esame una multa. Con “distraeva” mia sorella intendeva lasciare “per sbaglio” il piede sull’acceleratore e schiantarsi con altre macchine o su muretti. Così disintegrava la macchina della Scuola Guida e anche qualche osso dell’istruttrice. L’ultima volta l’istruttrice le aveva fatto fare la prova con un catorcio, una specie di macchina a pedali, per ridurre i danni in caso di scontro. Anche quel catorcio si distrusse definitivamente sbattendo contro un muro a due all’ora. Mia sorella non riusciva a fare una curva neanche con una macchina che andava così piano. Mio padre si era infuriato per aver trovato l’ennesima multa; ed era salata. Per i danni che aveva procurato al catorcio volevano milleduecento euro! Finalmente, il tredicesimo anno, l’istruttrice, per non mandare in rottamazione un’altra macchina, l’aveva promossa senza farle fare la prova.
Mio padre le aveva preso uno scuolabus. L’aveva comprato per duecento euro dall’auto-scasso. Faceva schifo. La cosa positiva era che si muoveva da solo, senza bisogno di spingerlo.
Mio padre aveva trovato un nuovo lavoro, con un salario migliore. Così si allontanò dal paese per andare nel Nord Italia. Il problema ora era un altro: la mia scuola era lontana da casa e per questo mio padre mi accompagnava in macchina; ora che se n’era andato, non mi avrebbe più potuto accompagnare. Mentre facevo i miei calcoli su una soluzione, emisi un grido. Mia madre salì veloce in camera e mi trovò in piedi, in silenzio, mentre davo capocciate al muro: mi fermò prima che mi uccidessi. Sapendo che mia madre non guidava e non mi permetteva di raggiungere la scuola a piedi, dovevo andare a scuola accompagnato da mia sorella sulla sua sottospecie di cacca-mobile. Il pullmino era completamente marrone perché sporco di terra, e in più era deformato. Mio padre lo aveva comprato mentre lo stavano pressando. La mattina seguente entrai nel pullmino facendo il segno di croce. Mia sorella aveva un sorriso a trentadue denti stampato sulla faccia. Era orgogliosa di avere un passeggero sul suo “splendido” pullmino. Mia sorella mise in moto, azionò la marcia indietro invece di schiacciare l’acceleratore: diede una botta al cancello. Anche le luci posteriori erano andate. Mia sorella partì.
Eravamo vicini alla scuola. Avevo vomitato tre volte e complessivamente il pullmino di mia sorella aveva perso le luci, un finestrino e una portiera. Ormai mancava solo una curva. Vomitai per la quarta volta, per felicità. C’era un semaforo. Mia sorella curvò mentre era rosso e la polizia, appostata sulla curva, si affiancò al pullmino intimandole di fermarsi. Mia sorella entrò nel panico. Cercò di curvare a destra, ma curvò a sinistra distruggendo il fianco della macchina della polizia. Sentii che il poliziotto alla guida chiamava rinforzi, dicendo di essere all’inseguimento di un guidatore folle. Mia sorella arrivò al casello autostradale, entrò in uno e sfondò la sbarra. Mentre cercavo di comunicare a Dio che avevo solo dodici anni e non era giusto che io morissi, contavo i punti che le avrebbero tolto dalla patente per le infrazioni causate. Era una risultato record: meno venticinque punti. Le macchine della polizia che ci seguivano era una dozzina. Se fossimo sopravvissuti avrebbero dato un paio di anni di galera a mia sorella. Sotto di noi c’era il mare. Forse avrei potuto tuffarmi. Mi sarei ucciso. Così rimanevo sul sedile a vomitare. Ormai c’erano una decina di buste piene di vomito. “Oh, no!” esclamai. Erano segnalati, a distanza di un solo kilometro, dei lavori in corso. Era scritto di affiancarsi a destra. Mia sorella, che non sapeva distinguere destra e sinistra, si affiancò a sinistra. Prese tutti i paletti dei lavori, non ne mancava uno! Io mi avvicinai al finestrino, e vidi un camion, una bisarca, una di quelle che caricano le macchine, con la rampa abbassata. Mia sorella fece per frenare ma accelerò. Eravamo in aria. Mia sorella aveva saltato la rampa a più di cento kilometri/h. Finimmo in mare. Il pullmino continuava a muoversi sott’acqua. Io vomitavo, e il vomito risaliva in superficie. I poliziotti e gli operai ci credevano morti. Mia sorella e io risalimmo in superficie e venimmo recuperato da una barca della polizia. Mia sorella passò più di due mesi in carcere e i carcerati avevano paura di lei. Appena uscì, le tolsero la patente. Diventai il ragazzo conosciuto per avere una sorella pazza.